mercoledì 30 gennaio 2013

NON BASTA ESSERE CONTE




Affacciato dal massiccio balcone del suo castello, il barone o conte che fosse, ammirava la vallata dei suoi possessi - l'ondulata linea delle colline delimitava ad anfiteatro le sue ambizioni baronali - e si confrontava idealmente con chi era più potente e chi meno potente di lui: 

vagheggiava, sognava, recriminava, ma non dimenticava che il castello, dev'egli si trovava, aveva le fondamenta in quel contado, di Rachalmutum Rayhalmutum Rayhalmut, e quotidianamente, in realtà, vedeva più contadini e pastori che viceré, conti e baroni. 


In fondo, al di là delle forme e dei giochi di società, proprio a quelli, umili,  più che a quegli altri, potenti,  doveva la sua condizione di agiatezza e comodità. 


Eppure, per amore di una battuta, mostrò irridente disprezzo contro uno dei suoi sudditi, cui in fondo doveva, se non proprio gratitudine, almeno umano rispetto. 


Con quella battuta, però, s'impigliò come un passero nella rete e  male incappò nella mordace irriverenza del suo suddito che, con naturale spirito ironico salvaguardò la propria dignità e gli fece sibilare alle orecchie una risposta coraggiosa, incurante delle pericolose conseguenze.






"Guarda che ti son cadute!"
disse altero Girolamo II a un contadino ch'era inciampato sotto il suo balcone.

"Eccellenza, le mie non possono essere perché ce l'ho ancora in fronte. Chissà a quest'ora chi le sta cercando!" 
rispose il contadino, sorpreso, prono, con voce d'usignuolo.

E ritto se ne andò, soddisfatto, ispezionandosi il capo.










Da "Eretici a Regalpetra" Grillo Editore, Enna 1997. Prefazione di Claude Ambroise.




martedì 29 gennaio 2013

SE IL SAGRISTA BEVE IL VINO!



Delia, Chiesa Madre. 2013

Quante cose ci insegna questo aneddoto che in paese si racconta e si tramanda come innocente bravata ridanciana!

Senza volerlo, il mite Totò Chirillo si trasforma in apologo e indirettamente rimanda a una morale pubblica: chissà quante messe si son dovute ricelebrare,e se ne ricelebreranno in futuro, chissà quante opere si sono dovute rifare, e quante se ne dovrebbero rifare,  perché i sagristi o coadiuvatori di turno, con la scusa di servir messa, bevono loro il vino, prendono insomma la parte migliore!


Salemi




- Dominus vobiscum - cantilenò in latino 1'arrabbiato Padre Arrigo, dopo avere alzato il calice.  
- E cu spiritu tua - rispose Totò Chirillo, cantilena contro cantilena.
- In sagrestia ce la vedremo.
- Se mi ci trovi.

In sagrestia, il furente Padre Arrigo non trovò nessuno perché il sagrista, terminato il singolare duetto,  se 1'era svignata.
 
Chirillo aveva  immesso aceto nelle ampolline,  il vino  se  1'era  bevuto  lui.  La messa,  invalida, secondo il diritto canonico, si  doveva ricelebrare.*



Grotte, Casa di Padre Vinti. 2013





*Da Eretici a Regalpetra, Grillo Editore, Enna 1997. Prefazione di Claude Ambroise.



Foto proprie

domenica 27 gennaio 2013

OGGI VENTISETTE GENNAIO





Un mostro senza storia, 
feroce della ferocia barbarica
che compie le sue persecuzioni...

...tutto questo ho trovato
nascendo,  e subito mi ha dato dolore...




Pier Paolo Pasolini,  La religione del mio tempo ("Il glicine")

RACCONTO SUI RACCONTI. Storie di animali da Italo a Silvestrina



Circa un anno fa Aurelio Caliri mi parlò del suo progetto: adunare racconti che avessero  come soggetto un animale. Ne chiese uno anche a me. Glielo mandai: ruotava intorno a una gazza ladra. Per qualche tempo non ne seppi più nulla; pensai che la realizzazione del progetto sfumasse. 




Invece  Aurelio cominciò a farsi sentire  per comunicarmi a telefono che i racconti gli giungevano lentamente e gli amici scrittori coinvolti avevano aderito ben volentieri alla proposta; con gioia mi elencava gli animali protagonisti: cani, gatti, pellicani, vacche, grilli. 

Festose telefonate mi aggiornavano sui nuovi arrivati: galline, ricci, volpi, lumache, pettirossi, aquile, coccinelle. Ancor più festose e compiaciute quelle per farmi sapere che “Roberto ha accettato”, “Melo mi manda un racconto”,  “Che testimonianza, quella di Maiorca!”, “Ci saranno Sgarbi, Alessandro Quasimodo…”.




E così, di sorpresa in sorpresa, finalmente, poco prima dello scorso Natale mi arriva il libro. Il progetto si era realizzato. Un’ottantina di racconti; una sessantina gli autori coinvolti; l’olio su tela di Sonia Alvarez in copertina; 332 pagine: un bel tomo; edizioni Arte e Musica di Siracusa, praticamente fatto in casa. Tra le pagine, un pieghevole con un racconto: è l’anticipazione del prossimo progetto, ma soprattutto un racconto sui racconti già pubblicati. Lo ripropongo per festeggiare un progetto arrivato in porto e beneaugurare all’altro di prendere il largo per fare buona pesca. E fra un anno magari...
                                                                                            P. C. 





RACCONTINO DI NATALE
di Aurelio Caliri

C'era una volta una bambina che si chiamava Robertina. Era una bambina bellissima, dolce, un po' timida, ma dall'aria furba e sbarazzina.
Robertina aveva un'amica molto speciale, una gattina di nome Silvestrina la quale, piccolissima ancora, era stata abbandonata, una sera piovosa di qualche anno prima, giù in strada, vicino al portone d'ingresso. L'aveva trovata, tremante per il freddo e la paura, una Signora vicina di casa e 1'aveva raccolta e rifocillata. Era la sera di S. Silvestro, quindi le fu imposto, come la cosa più naturale del mondo, il nome di Silvestrina.

Man mano che la gattina cresceva, diveniva sempre più bella, socievole, ed era coccolata da tutti i condomini dei quali divenne la mascotte.
Fu così che nacque 1'amicizia tra Robertina e Silvestrina, un'amicizia fatta di attese, di sguardi affettuosi, di carezze ricambiate con prolungate fusa di soddisfazione: un rapporto d'amore vero tra una bambina e una gattina.
Ogni mattina, prima di andare all'asilo, Robertina aspettava Silvestrina per darle il buongiorno; o, viceversa, era la gattina che aspettava la bambina. È vero, aspettava anche la pappa, un piatto speciale che la sua amichetta teneva in serbo per lei, ma Robertina sapeva che tra di loro 1'affetto era più importante di ogni altra cosa.

Si diede il caso che un anno, poco prima delle vacanze di Natale, il marito della Signora che aveva raccolto Silvestrina pubblicasse un libro dove c'erano tante storie di animali, tra cui quella di Silvestrina. Questo signore, un tipo strampalato che sognava di cani e gatti e di tutte le altre specie di animali della terra (ognuno ha le proprie fissazioni), assecondato in ciò da tantissimi altri scrittori, anch'essi fissati come lui, aveva deciso di presentare il suo libro sia in Sicilia sia nel continente perché, stranamente, gli argomenti trattati, cioè le vicende d'affetto tra 1'uomo e 1'animale, e viceversa, interessavano molte persone. Nell'attesa di scegliere le città in cui dovevano avvenire le presentazioni, si verificò una cosa che, a memoria d'uomo, non era mai successa. Ecco, in breve, il fatto straordinario.


Come era scontato, Robertina aveva avuto in dono il libro che narrava anche la storia della sua piccola arnica, con tanto di foto in posa sopra una credenzina dell’Ottocento. Tutta la sera lo sfogliò incantata, cercando di decifrarne la scrittura, di afferrare il senso del racconto, che riteneva dovesse essere affascinante se appunto riguardava la gattina a lei tanto cara. Per fortuna, la mamma, non appena si liberò delle faccende di casa, intuendo il suo urgente desiderio, glielo lesse e lei ne fu tanto contenta ed elettrizzata che decise, senza che nessuno 1'avesse consigliata, di far partecipi dell'avvenimento i compagni. 

Fu cosi che, 1'indomani, una bimbetta di cinque anni non ancora compiuti, in anteprima, salita in cattedra col libro che a stento le sue piccole mani reggevano, presentò la storia di Silvestrina nel suo asilo, col linguaggio essenziale dei bambini, spesso più efficace di quello degli adulti, cercando di ricostruirne la trama che aveva appreso attraverso la lettura della sua mamma, aggiungendo addirittura sfumature che non esistevano nel racconto e che soltanto lei poteva conoscere grazie alla frequentazione assidua con la sua eroina.

Tutti i bimbi, raccolti attorno a lei, 1'ascoltavano rapiti, con gli occhi sgranati, colmi di gioia e di curiosità, e tutta la timidezza di Robertina d'un colpo era scomparsa, felice di poter rendere partecipi i compagnetti della sua emozione. In quei momenti cominciò a capire tutta la bellezza della vita, ad assaporne la fragranza e il mistero: capiva, appunto, che il dono più grande, che ci è dato, è riuscire, attraverso i sentimenti e 1'amore, a entrare nel mondo degli altri. Era come varcare, inaspettatamente, una porta che prima sembrava serrata per sempre per lei, al di là della quale invece scopriva ora tutto il calore e la complicità di cui, da sempre, sentiva il bisogno.

II libro fu poi fatto conoscere dall'autore in molte citta d'Italia e anche all'estero, ma la presentazione che aveva improvvisato Robertina fu, in assoluto, la più straordinaria, la più poetica e fantasiosa.
Era il Natale dell'anno 2012.

Raccontino dedicato a Robertina dal marito della Signora che una sera di Natale aveva raccolto per strada la gattina Silvestrina, abbandonata da persone barbare e crudeli.





Per chi vuole reperire il libro può contattare l'autore-editore ai recapiti riportati nel seguente post:

Il mio racconto Ho pianto per Flora:

Presentazione del libro Italo. Storie di Animali:
A Scicli


 A Pozzallo

giovedì 24 gennaio 2013

DI POST IN POST. APOLOGIA, ESAGERATA, DEL BLOG




La vicina di casa zà Maicchiè, una vera affabulatrice, nell’infanzia ci recitava filastrocche, raccontava di Giufà, di mondi alla rovescia e altre storie che in parte avrei incontrato nei libri del Pitrè, alcuni frammenti sarebbero riaffiorati nel dire di mia madre, ma tante altre gemme sarebbero sparite per sempre, una per fortuna mi è riaffiorata inaspettatamente mentre compitavo il mio ennesimo post sul blog:







Mi puorti di grutta in grutta
comu lu sbadagliu di la vucca.

Mi conduci di grotta in grotta
come lo sbadiglio della bocca.


Nel racconto della zà Maricchiè si evoca la decisione di un marito di sopprimere la moglie perché ritenuta, a torto o a ragione, infedele.  Appronta il carretto e invita la moglie a montarvi su, per recarsi in campagna. Il viaggio è lungo, astioso, diverso dal tragitto consueto, anzi, viene intercalato da soste in varie grotte, ritenute di volta in volta inadatte per consumarvi agiatamente il delitto. Ogni grotta non è mai l’ultima ma la penultima.

La moglie, insospettita, lancia un messaggio cifrato al marito, con una constatazione che assume cadenza di due versi: Mi puorti di grutta in grutta / comu lu sbadagliu di la vucca. Lo sbadiglio è una dilatazione incontrollata dei muscoli facciali, ogni volta che uno pensa sia l’ultimo ne subentra un altro ancora e addirittura, per un effetto diapason, si replica in un'altra bocca. Si moltiplicano gli sbadigli e le bocche. Come le grotte ispezionate dal marito. Un rinvio tuttavia salutare, permettendo di procrastinare  la sentenza, impedendo di celebrare il delitto. (E se la moglie fosse innocente!). 






Questa storia mi pare possa assumersi come metafora del blog con tutti i suoi post (le varie grotte): finché si rinvia alla prossima grotta c’è vita: se a un post non ne segue un altro e un altro ancora, il blog è finito. La storia del marito che vuole sopprimere la moglie assurge a metafora non perché proiettata al delitto finale per espiare vere o presunte colpe, ma, semmai, perché destinata ad una conclusione, ad una fine  sempre rinviata.



Post come stazioni di una via crucis infinita o locande disseminate lungo la via per  prendere fiato e forze. I blogger, come il marito della storiella, mandano avanti il carro metaforico,  sospinti da celate e radicatissime motivazioni. Vale, se non per tutti, certamente per alcuni.

Col pretesto di due versi, un modo di dire, un incontro, un ricordo, partono alla volta di scorribande e vanno avanzando di post in post, sconfinando frontiere linguistiche, attingendo alla memoria privata, rapinando quella collettiva, illustrando a più non posso spariti ectoplasmi.
Immalinconiti dalle frustrazioni, accesi dagli entusiasmi, illividiti da risentimenti sempre in agguato e sempre risospinti sotto botole obliose, pungolati dalle indignazioni, insuperbiti dall'essere in potenza una potenza (a parole, con le parole), sempre pronti a bruciare il mondo e a sanarlo, stanchi, riflessivi, meditabondi, forse un po' depressi,  forse un po' esaltati, addolciti, se va loro bene, da teneri sguardi del cuore e della mente. 



E si procede, di grotta in grotta,  di post in post, col blog che sta a fianco come nella vita sta a fianco la vita, senza accorgercene, quale invisibile “cornice”. Diretti sempre alla meta finale, e purtuttavia sperando  di non arrivarci mai. O il più tardi possibile. Semplicemente perché la meta finale coinciderebbe con la fine del povero blog ovvero con quell’ennesimo post a cui non ne seguirebbero altri. Colpevole o innocente, la sua cessazione verrebbe a coincidere con la sentenza di condanna.

Ma alla fin fine che cos’è un blog?
E’ così importante da rinviarne la fine o temerla? 

Tecnicamente è un  foglio elettronico su cui si può scrivere a scorrere, come si può scrivere  sui fogli di carta che uno dietro l’altro,  rilegati, fanno un diario.
Nella sua evoluzione, a partire dal confidenziario sigillato con lucchetto o dalla gazzetta clandestina dei congiurati, un blog può essere ma non dev’essere per forza, univocamente,
diario tradizionale, catalogo di letture, proiezione di ombre, tavolozza di sagome in controluce, archivio di fantasmi, deposito di ricordi, crocevia di impressioni, piattaforma di progetti, promemoria di incombenze, retrovia per ritempararsi le forze, rifugio esibito per rinfrancarsi lo spirito, brancatiana stanza di compensazione,  base operativa per impreviste sortite.
Zibaldone, scartafaccio, minutario, brogliaccio di appunti domestici.
Il mondo visto dalla finestrella dei personali pensamenti.
Alcova virtuale.
Sfogatoio inconcludente.
Cerchio paesano.
Orizzonte apolide.
Piazza, bar, cortile, circolo dei galantuomini, società di mutuo soccorso, accolta di sognatori, luogo aperto di congiure, megafono pubblico, drappello difensivo da presunti torti.
Arena di astratti furori. Ghigliottina. Gogna. Aspirina.  Spada. Frusta. Sala del thè. Parvenza di democrazia. Paseo di sgrammaticati. Rodeo di abilissime scritture. Sanatorio di inguaribili crucci. Laboratorio della città del sole.



Niente di rivoluzionario, o di eroico, alla fine. Ma se si vuole, un po’ di tutto questo. Specchio deformato e, per forza di cose, deformante della vita reale.
Un passatempo, insomma.
E qui bisogna vedere come ciascuno decide di passare il proprio tempo.
Proprio o in usufrutto? Il tempo vola, ruit, s’arrizzola ddrà sutta a pinninu, precipita là in fondo al dirupo.



Macchè! E siamo punto e a capo: un semplice foglio elettronico dove uno aduna quello che vuole.
Un luogo di raduno delle scintille che un uomo può produrre nella notte dispersiva del vivere quotidiano.



Quanto è bello credere come Seneca a quel tale che indicando una "strada bellissima" gridava “Di qua si sale alle stelle”!
Ma dalle stelle, seppur virtuali, per non perdere il contatto con la realtà,  è consigliabile qualche volta scendere e fare a ritroso la strada,  scambiare due familiarissime chiacchiere con qualcuno: persone fidate, amici, conoscenti (gli anonimi alla larga):
-      Andiamo a prendere un caffè?










Testo e foto ©pierocarbone

martedì 22 gennaio 2013

LA DOPPIA SCRITTURA DI ANNA MARIA SCICOLONE

Da tempo me ne parlava, di progetti accantonati, di testi inediti, di cassetti in attesa di essere smagriti, ma dopo l'ultima telefonata di circa un  mese fa, non si sa come e non si sa perché, o forse sapendolo benissimo ovvero per l'imponderabile scoccare delle  occasioni e delle decisioni, mi trovo sotto gli occhi, quasi sorpreso,  la copertina di Un silenzio bianco delle edizioni Drepanum, autrice proprio lei.


L'annuncio dell'imminente pubblicazione è fatto attraverso la copertina ma mi è noto e familiare tutto ciò che ci sta dietro: le poesie di Anna Maria, per averle spigolate in pdf; il pastello sulla copertina di Franco Fasulo, per avere avuto modo di ammirare l'opera pittorica di questo artista agrigentino al Funduk, un fantastico spazio in via Santa Maria dei Greci. 


Familiare mi risulta anche la Prefazione, che qui ripropongo come augurale viatico alle poesie di Anna Maria, "scritte", come ha tenuto a precisare lei stessa nel darne l'annuncio sul suo blog, "tanto tempo fa e tirate fuori da un cassetto".







Prefazione

Anna Maria ha scritto da sempre, ma la sua scrittura finora è stata finalizzata all’oggettiva comunicazione delle notizie. Una scrittura al servizio della realtà da raccontare, senza voli pindarici e senza contraddizioni.

Parallelamente ha coltivato un’altra scrittura, quasi da clandestina, il cui mondo di riferimento e criterio di verità sono se stessa, esercitata in piena libertà. In quest’altra dimensione, Anna Maria Scicolone scrive, ma elogia il silenzio. E’ carnale sensuale sanguigna.  Ma si apparta nella scrittura. Medita. Sogna. Straripano le immagini, i correlati oggettivi,  alludenti a pensieri e sentimenti. 

E’ antiletteraria, la scrittura di questa esordiente poetessa, “senza rima”, moderna, brutalmente realistica (“La mia rabbia è una vecchia cagna”, “la mia rabbia è appesa a un cappio”, sono versi che prorompono come un urlo), eppure letteratissima, venata  di “una sorta di allegrezza”. Risuonano di echi rimbaudiani e di ironia i suoi ortivi colori accesi da un dannunziano tambureggiare di raggi solari: “E’ giallo grano…” / “…è rosso-/pomodoro!” / “E’ viola melanzana…” / “…è rosa / melograno!” / “No, è bianco zagara!” / “adesso è un iris / blu / tra le rocce”.


E l’amore? “Scatenerà un tripudio chimico.”  Sembra tutto risolversi nella dimensione sensoriale, poco trascendentale, affatto spirituale: “La mia bocca è un approdo / La tua bocca è /un approdo”. Eppure,  spento il tripudio “saranno ancora parole, / quelle scritte e mai scritte, / quelle mai dette”, sprizza l’anelito ad andare oltre:
“La vita, la vita / Il silenzio, il silenzio  / La morte è il nulla. / Alzo lo sguardo  / E sei già altrove, / un punto / un mistero”.

Nel gioco o nella necessità dei  richiami,  delle assonanze, delle preferenze stilistiche, delle esplorazioni semantiche, Anna Maria non tende a perdersi “tra un se e una virgola” come dice di sé un altro poeta moderno, Matteo Cotugno, non lambicca ermetiche sillabe, tira dritto al vissuto per trascinarlo altrove, in un cielo di sapienziale senso del vivere, dell'amare, del morire, il morire dei ricordi, delle passioni, dei sentimenti soprattutto. “Non ricorrerò a virtuosismi sintattici o letterari. / Né a contesti ambientali o dettagli temporali. / Tra queste righe vige la sola regola del dolore.”


Un dolore disincantato, asciutto direi, non sentimentale, che scaturisce dalla consapevolezza che sogni e passioni possono rivelarsi fuochi di paglia o venire travolti da una spoeticizzante quotidianità, quasi dissacrati, ridotti infine a “spettacolo demodé di Passioni Finite”.

Tutta la vita viene colta come una ribalta dove compaiono plastiche processioni parallele, opposte, inconciliabili, da un lato: cani che “si aggirano a branchi”, “acqua putrida di sterco”, buio, offese, umilazioni, chiamate anonime, lettere mai spedite, stupidità, ombre deformi, ombre spezzate, fiumi di carne umana, rantoli, noia, tedio, scorze di limoni… dall’altro: stelle, anelati silenzi, primavere e cicogne, preghiere, canti dolcissimi, cieli stellati, frullio d’ali, voli di libertà, ninne nanne, ninne, oh!

Che può fare un uomo, una donna, dinanzi a queste ineluttabili processioni se non provare sconcerto, smarrimento?  Vi può trovare rimedio con la fuga, con la fede, con la pazzia. O con la poesia: “Altrove sarà il buio, / smisurato e impenetrabile, / come una luce accecante. / Sarà un silenzio bianco.”  La candida bianchezza che rinfresca e dà riposo alla vista, distensione al vivere, non è il non colore, è piuttosto dato dalla somma di tutti i colori in mirabile sintesi purificata e purificatrice. Che sia questo il sotteso messaggio della poesia di Anna Maria?
 
Un dato è certo, la scrittura cronachistica, di servizio, a cui si alludeva inizialmente, nelle poesie si è completamente metamorfosizzata per ridire e ricompredere la realtà in tutti i suoi aspetti. Amore in tutte le sue diramazioni, natura, sentimenti, oggetti, meditazioni sapienziali, ma anche temi sociali, costituiscono la tavolozza ispiratrice  che, per dirla con Verlaine a proposito di un giovane poeta, “tenta tutte le corde dell’arpa, gratta tutte quelle della chitarra”.
Anna Maria con questa silloge ha iniziato a far risuonare strumenti che ci riserveranno nel futuro  - l’interrogativo valga come ottimistico auspicio – inauditi esiti?
                                                                                                                                        Piero Carbone








Grazie

Grazie della tua gelida indifferenza.
Della ferocia delle parole,
delle sferzate di verità.
Grazie delle omissioni e delle fughe silenziose,
delle brucianti assenze,
delle umiliazioni, delle terribili offese.
Grazie dei regali che non mi hai fatto,
dei baci che non mi hai dato,
dei tuoi patetici ritorni,
dei “non posso vivere senza di te”,
delle volte che hai detto “non dovevo, ho sbagliato”,
delle volte che hai detto “devo, amore, perché è
giusto”.

Grazie dell’avermi convinto al punto
che ho creduto di poter partecipare
ai tuoi risanamenti,
pazza, ormai, e senza dignità.
Grazie dei “vorrei ma non posso”,
dei “vorrei ma non devo”,
grazie dell’avermi affogato nel mio vomito,
dell’avermi ormai sposato alla tazza del cesso.
Grazie delle illusioni,
sogni così piccoli
che non ci credono neanche i bambini,
di cellulari rubati,
di chiamate anonime,
di lettere che non mi hai mai spedito,
di messaggi che non mi hai mai inviato.

Grazie delle notti insonni,
del dolore di dare dolore
del tormento di dare il tormento,
perché ho usato armi che altri hanno usato.
Grazie della vergogna,
del disprezzo che nutro di me,
del tempo perduto,
delle preghiere che non ho detto,
della solitudine e dei nostri silenzi.
Grazie, amore mio.

Grazie della rabbia e dello sconcerto,
della rassegnazione e del pentimento,
di tutte le cose che avrei dovuto capire
e che non ho capito.
Grazie della paura,
della stanchezza,
dell’angoscia e del buio.
Grazie di questo abisso senza fine.

Grazie delle notti trascorse insieme,
grazie di non aver capito la mia rassegnazione
scambiando il mio prudente silenzio per stupidità.
Grazie delle tue continue partenze:
grazie dei tuoi ritorni:
“avrei voluto viaggiare con te”.
Grazie dei tuoi “ti amo”
scanditi dalle telefonate.

Grazie, amore, grazie, amore,
grazie sul serio,
perché, se è vero tutto questo,
il mio amore è stato grande davvero.



Da: Anna Maria Scicolone, Un silenzio bianco, Edizioni Drepanum, Trapani 2013


http://archivioepensamenti.blogspot.it/2012/10/franco-fasulo-al-funduk.html