mercoledì 31 ottobre 2012

I POST DEL MESE. Ottobre 2012



    FANTASIE DI UN PITTORE PALERMITANO





    Scritta in occasione della mostra racalmutese del 1989, nella testimonianza che segue, Pippo Bonanno dice del suo particolare attaccamento a Racalmuto, della sua natura, dell’influenza racalmutese sulla sua pittura, e rievoca rievocazioni antiche trasmessegli dalla nonna materna.


     Egli, da lontano, che ha vissuto sempre a Palermo, che poco ha vissuto nel paese della madre precocemente scomparsa e della nonna, perennemente afflitta dal dolore di quella perdita, ci restituisce l’immagine di una Racalmuto fantasticata ma anche personaggi reali dimenticati e poco conosciuti ed onorati dai realissimi compaesani, come ad esempio quel Valentino Scimè primo violoncellista al Teatro Massimo di Palermo che casualmente ho avuto la ventura di conoscere in un ospedale a dibattersi, solo, nelle difficoltà di una  malattia invalidante. Aveva casa nell'ariosa Piazza Principe di Camporeale. Là egli avrà raccolto i cimeli di una vita e della sua dignitosa carriera.

    Nell’attesa,  o nella speranza, che qualcuno raccolga l’esca per recuperi e repêchages postumi, siamo grati al pittore Bonanno per averci regalato il ricordo evanescente di esistenze altrui nell’affettuoso esercizio di ricomporre i ricordi della propria: in occasione del suo ritorno a Racalmuto.




    La testimonianza di Pippo Bonanno.


    Racalmuto è legata ai miei ricordi d'infanzia non come luogo precisato e reale, ma come mito, personaggio della fantasia. Di una particolare fantasia, però. Sollecitata dall'impareggiabile capacità narrativa  di una donna che a Racalmuto era nata e vi aveva trascorso la primissima giovinezza.




    Dall'originale interpretazione delle storie e delle leggende di questo paese s'è nutrita la mia curiosità di bambino e la fame di irreale e di favole.


    Con l'assessore ai Beni Culturali Francesco Marchese

    Il Castelluccio ed il suo sole, il teatro ed il "mortorio" col suo irriducibile giuda; le miniere di sale e di zolfo, il Raffo e la campagna; la Madonna del Monte che volle fissare la sua residenza definitiva nel paese: luoghi e vicende immaginate che diventarono patrimonio della mia conoscenza assieme a figure e personaggi che nel corso degli anni di mia nonna, piccola racalmutese trapiantata a Palermo, andava attingendo da un repertorio inesauribile di memoria e fantasia.





    Poi vennero i racalmutesi "reali": Pietrino Castelli, compagno di "pitruliate" sotto la statua di Filippo v, Lilluzza, bionda e bellissima; Nardo Puma, emigrante in Canada e insigne docente di gioco della briscola; Valentino Scimè, malinconico suonatore di violoncello. Tutti mi hanno sempre suscitato una certa familiarità, predisponendomi naturalmente a sentimenti di amicizia e di affetto.

    E ho conosciuto Leonardo Sciascia, ma di Racalmuto non parlammo mai. Tra un grugnito ed un dialettico distinguo consolidai, però, l'amore per il "nostro" paese e lo spirito caustico che già mi aveva propinato la mia saggia antenata.





    La città e le sue luci mi accolsero per la prima volta solo poco tempo fa, una sera della scorsa estate, mezzo secolo dopo gli affascinanti racconti della nonna. Cinquant'anni di lontananza, quindi, ma cinqunat'anni di discreta presenza nel percorso della mia vita.





    Quando poi abbia potuto la radice racalmutese sulla mia formazione, non saprei dire: è certo però che molto mi resta di un grande patrimonio di problematicità, che doveva veicolare nelle assolate campagne, nei "margi" e nei menadri cupi delle miniere dove quotidianamente sprofondava mio nonno, "caruso di pirrera".



    Del resto, credo, questa "orditura" si evidenzi nella mia pittura, e non è una recente scoperta, quasi miracolosamente. E non solo per le tematiche, ma per quel modo di raccontare nel quale i miei "compaesani, i miei parenti di lontana e recentissima acquisizione, possono riconoscersi e riconoscermi.

    Palermo, 1989
                                                                                                Pippo Bonanno










    Le foto documentano alcuni momenti della visita di Pippo Bonanno a Racalmuto alcuni mesi prima della mostra che si sarebbe tenuta presso l'Auditoriun "Santa Chiara" dal 27 maggio al 4 giugno 1989.


    In mancanza, per il momento, di registrazioni di brani eseguiti da Valentino Scimè, si vuole rendere omaggio ad un violoncellista tramite l'esecuzione di un altro violoncellista:
    https://www.youtube.com/watch?v=ldPf3yqq3-8

    lunedì 29 ottobre 2012

    RITORNO A RACALMUTO




    Pippo Bonanno davanti la casa della nonna materna




    Mi apre la porta, apprende che sono di Racalmuto e parla festevolmente per due ore con cordiale e antica confidenza, anche se mi dà del lei.
    Pippo Bonanno, pittore di origini racalmutesi (il nonno materno si chimava Angelo Sardo e la nonna Giuseppina Petrotto di Raimondo) si illumina nel volto parlando della sua infanzia, di sua nonna, di Racalmuto, sotto gli occhi attenti e divertiti di Nicolò D’Alessandro che me l’aveva presentato.

    Il bello, in tutto questo, è che il Bonanno non è stato mai a Racalmuto. Il paese lo conosce – e  lo fantastica – solo attraverso i racconti della nonna, eppure, sembra esserci sempre stato. Parla della Racalmuto di tanti anni fa come un racalmutese anziano o emigrato in America. In realtà, solo una volta di sera, a sessant’anni, ha attraversato il paese, di passaggio, andando da Grotte a Palermo: non ha visto nulla.

    Dopo l’immediato approccio, instaurato il rapporto amichevole, mi narra “a saltare” la sua vita. Di tanto in tanto si colora e si vivacizza il racconto per alcuni aneddoti, per alcune parole, per alcuni frammenti della memoria che riaffiorano con gioiosa irruenza. Il tono della voce tradisce violenza emotiva.


    Pippo Bonanno al cortile San Nicola con Piero Carbone


    La perdita della mamma e l’infanzia palermitana accanto alla nonna, le seconde nozze del padre, a Montedoro, la scoperta della pittura, le subentrate responsabilità della vita, l’insegnamento nelle scuole pubbliche, e di nuovo l’infanzia, i nonni…

    Vivido è il ricordo della nonna materna. Figliu miu,  lo chiamava, ma con la f come un’acca aspirata, allo stesso modo aspirato del nostro hiuri o hiumi o Hiumeti. “A messa non mi ci portò mai” ricorda il Pittore. “A domeniche alterne mi portava invece al cimitero dove esclamava forte: - Sorti bbuttàna, - recriminando in tal modo contro la sorte per la morte della figlia (e madre del Pittore) avvenuta in età precoce, a non più di trent’anni.

    “Tutti i ricordi racalmutesi passano per mia nonna” precisa. “Questa filastrocca me l’ha insegnata lei: Brigida santa n-ginucchiuni stava / davanti un crucifissu che chianciva. E anche questo modo di dire: Lu suli spuntà a lu Castiddruzzu”  ovvero il sole è effimero e quindi pioverà.
    Poi, dinanzi ai suoi quadri, si mette a parlare di pittura. “Nei miei quadri  - dice convinto – c’è l’inquietudine del racalmutese, la problematicità. Vede, c’è, anzi, ci deve essere. Il racalmutese è machiniùsu, è pillicùsu, va addentro alle cose”. E felicemente conclude come non poteva non concludere: “Sciascia, infatti, è di Racalmuto”.

    Interpellato come racalmutese e come fruitore dei suoi quadri a dare un giudizio o almeno ad esprimere opinione, io che critico non sono  ma fingendomi tale, confermo che, sì, in quei quadri c’è la problematicità, anzi, c’è inquietudine vera e propria. Non se se però l’inquietudine del racalmutese o quella del pittore che cerca e tende al suo stile, e cercando cercando lo trova.

    Posso azzardare, parlando da racalmutese, non da critico, che la soffusa patina rosa della serie di quadri intitolata “Memoria Barocca” simboleggia la lontananza con la quale il Bonanno vede o intravede la Racalmuto raccontata da sua nonna, una Racalmuto trasfigurata con i suoi luoghi e i suoi personaggi: “Il teatro, u Castiddruzzu, u zi Nardu Puma…”.

    La Fontana e il Castello detto u Cannuni


    Magari sarebbe interessante che il pittore Bonanno utilizzasse questa materia paesana, “infantile”, per piegarla alla sua collaudata tecnica della lontananza. Auspicabile, se fosse possibile indirizzare o anche stuzzicare l’ispirazione, il dipingere altrui. Suggestiona non poco immaginare che le chiese, la scalinata del Monte, il Castello, il Castelluccio, il Raffo, la Fonta, le piazze di Racalmuto, assumano un colore rosato, come al tramonto.

    Infine, una certezza ha – e confida – il pittore Bonanno, oriundo di Racalmuto: che i racalmutesi sapranno riconoscrsi nella sua pittura, sapranno riconoscere la loro problematicità in quella dei suoi quadri. Chissà! Intanto, egli sogna e fantastica di un suo ritorno a Racalmuto per appendervi in una stanza quei suoi quadri dove i racalmutesi correranno “certamente” a rispecchiarsi.
    E (forse) a riconoscersi.

    Palermo, settembre 1988



    P.S.
    Nel maggio dell’anno successivo Pippo Bonanno realizzerà il suo sogno, quello di “ritornare” a Racalmuto per conoscere i luoghi aviti e farvi una mostra dal 27 maggio al 4 giugno.  Porterà in omaggio un quadro molto simbolico dai colori molto accesi quale pegno di un antico amore.

    Il testo sopra riportato è stato pubblicato come presentazione della mostra in catalogo. 


    domenica 28 ottobre 2012

    E IL QUADRO DI BONANNO?

    1.

    Nel 1989 il pittore Pippo Bonanno esponeva a Racamluto, nei locali appositamente riattati dell’Auditoriun “Santa Chiara”. A quel tempo non si disponeva di altri spazi espositivi. Dal 27 maggio al 4 giugno i racalmutesi hanno potuto ammirare i quadri del pittore palermitano dalle lontane origini racalmutesi. 

    L’amministrazione comunale, sindaco Luigi Castiglione (D.C.) e assessore alla Cultura Francesco Marchese (P.C.I.), ha aderito alla proposta della mostra finanziando un piccolo catalogo in bianco e nero. Nessun’altra spesa ha dovuto sostenere l’amministrazione in quanto il Pittore è stato  ospite di amici e dei lontani parenti ritrovati. Bonanno rimase incantato dalla fontana del Raffo nei pressi della quale pranzammo in un rustico casolare di famiglia. Fu entusiasta nel perlustrare il paese alla ricerca delle origini. Cercò di ascoltare molte persone, nella speranza di risentire i suoni dialettali dell'infanzia pronunciati dai nonni materni. Strinse istintiva amicizia con l'arciprete Alfonso Puma disquisendo di agnosticismo e di pittura citando Pascal.



    2.

    Per suggellare il doppio evento del ritorno e della mostra a Racalmuto,  in segno di gratitudine, il Bonanno ha donato al Comune un quadro molto suggestivo da destinare al Gabinetto del Sindaco, il quadro ritraeva i volti di un giudice , di Sciascia e di un alto prelato. La donazione valeva anche da auspicio per un’erigenda pinacoteca di là da venire, da intitolare molto opportunamente al celebre pittore racalmutese Pietro D’Asaro detto Monoculus Racalmutensis.



    3.

    Il vistoso quadro si è potuto ammirare  per una diecina d’anni nella sede “naturale” dove cioè era stato destinato, ma nel maggio del 2007, mettendo piede in Municipio come assessore alla Cultura, mi accorsi che quel quadro non c‘era più. Chiesi. Feci ricerche. Ebbi notizie soltanto orali. Niente v’era di scritto. Si fece qualche telefonata. Partirono delle lettere ufficiali di richiesta. Ma senza alcun esito.


    4.


    Non so quello che fecero i miei successori. Vale la pena però che quel quadro ritornasse nel luogo dove era stato destinato: se non altro per rispettare la volontà di chi ha voluto compiere quel gesto, di chi a quel tempo l’ha caldeggiato e di chi l’ha ufficializzato. 

    E rinnovare così, dopo tanti anni, apprezzamento e gratitudine.
    Avverrebbe che il pittore Pippo Bonanno, fattosi nel frattempo universalmente apprezzare, rivivrebbe con rinnovato sentimento di appartenenza quanto vissuto allora, un nuovo “ritorno a Racalmuto”.


    5.
    6.


    Links correlati:




    Le foto
    Foto 1.  "Pippo Bonanno, Unicuique suum, 1989 - cm. 100 x 80 - Comune di Racalmuto (Agrigento)".  Foto e didascalia riportate nel catalogo Pippo Bonanno. Cinquant'anni di pittura, Provincia Regionale di Palermo, 2006.

    Foto 2. "Visita al Municipio. Da sinistra: sindaco Luigi Castiglione, Pippo Bonanno, vicesindaco dr. Salvatore Sardo, prof. Salvatore Restivo." Foto e didascalia riportate nel catalogo Pippo Bonanno. Ritorno a Racalmuto, Assessorato ai Beni Culturali - Associazione pro Loco, 1989. 

    Foto 3.  Pippo Bonanno, Unicuique suum, 1989 - cm. 100 x 80. Riproduzione in b/n. nel caatlogo Pippo Bonanno. Ritorno a Racalmuto, Assessorato ai Beni Culturali - Associazione pro Loco, 1989. 

    Foto 4. Da sinistra: Vincenzo Milioto consigliere comunale P.S.I., sac. Alfonso Puma arciprete di Racalmuto, Enzo Sardo consigliere comunale D.C.,  posano davanti al quadro di Pippo Bonanno.

    Foto 5. L'editore Stanley Barkan, di New York, e il poeta italo-americano Nat Scammacca, da me invitati, in visita a Racalmuto il 28 gennaio 1990.
    Foto 6. Ignazio Navarra (28 gennaio 1990)



    UN TEATRO E TRE TENORI A RACALMUTO




    Il 5 luglio 2007,  il teatro Regina Margherita, alla vigilia della Festa del  Monte,  veniva aperto al pubblico secondo le modalità che ho descritto nel post  “Il bel canto e la macchina parlante” del 16 ottobre 2012.
    Per l’occasione,  il maestro  Domenico Mannella ha tratteggiato magistralmente le diverse individualità artistiche di tre tenori racalmutesi in una nota critico-biografica distribuita in sala ai visitatori:  farla conoscere ora a chi non l’avesse letta allora, pubblicandola su questo blog, dopo averla pubblicata precedentemente su un altro blog, è un’ottima occasione per fare risuonare idealmente le voci che hanno veicolato  sogni e sensazioni con peculiare timbro e passione. 

     Sia  per dare un quadro più esaustivo dei tesori canori del nostro paese sia per comprendere passate vicende artistiche non ancora del tutto comprese e adeguatamente valorizzate, vale la pena riproporre l’autorevole intervento.

    Nella speranza che la reiterazione del ricordo accenda fantasie celebrative e solleciti il giusto orgoglio di una comunità che per promuoversi,  nel nome dei suoi tenori  e dei suoi musicisti e con i loro repertori,   promuova concerti, recitals, stagioni liriche:  come fanno  a Torre del Lago con Puccini,  a Pesaro con Rossini, al Teatro Regio di Parma con Verdi. Forse a Catania con Bellini.  E far rilucere astri sotto il nostro cielo, in teatro o all’aperto: “ e lucean le stelle…”. (P. C.)





             Un paese di artisti

    di 
    Domenico Mannella

            Racalmuto ha dato i natali a grandi artisti, purtroppo ormai scomparsi, i quali oltre a costituire un vanto non solo per il nostro paese, la Sicilia e tutta la cultura ad alto livello, devono essere continuamente valorizzati per la tutela della memoria collettiva e ricordati come meritano, sia come racalmutesi che come artisti. La pittura ci ha dato Pietro D’Asaro già alla fine del 1500. La letteratura del nostro tempo ha avuto ed ha, ancora attualissimi, gli scritti di Leonardo Sciascia.


              E la musica? Salvatore Puma e Luigi Infantino

    E la musica? Cosa ha dato la musica al paese? Non ci sono documenti, purtroppo, di un’attività musicale nei secoli trascorsi. L’unica pubblicazione interessantissima appena uscita riguarda l’attività bandistica di Racalmuto dalla seconda metà dell’800 ai nostri giorni. Da una particolare e approfondita ricerca di documenti raccolti dal prof. Giovanni Di Falco è venuta fuori l’origine dell’ antica scuola musicale racalmutese. Grazie ad essa Salvatore Puma e Luigi Infantino, nati a Racalmuto nel 1920 e 1921, anziché limitarsi a coltivare una semplice passione per la musica, o per gli strumenti musicali, hanno scoperto in loro doti eccezionali e talento innato per intraprendere gli studi per il canto lirico a livello professionale. Naturalmente  si facevano già apprezzare spontaneamente in paese. Da quel momento la loro vita era segnata dalla via musicale che li avrebbe portati a conquistare successi nei più famosi teatri lirici di tutto il mondo. 





    Esperienze parallele  ma diversificate

    I due artisti con la stessa origine, dello stesso paese, entrambi tenori, continueranno a fare sia esperienze parallele sempre di alto livello, e scelte artistiche personalizzate e diversificate dovute soprattutto a ragioni naturali, di ordine tecnico-musicale. La voce di Tenore infatti, pur indicando la voce più acuta tra le voci maschili non assicura uguale altezza, intensità e qualità a tutti coloro i quali la possiedono. Vi sono perciò molte diversità sui timbri vocali, sui colori che richiamano la voce chiara o scura, sui registri  o altezze preferite, le intensità forti o aggraziate più agevoli. 




      Ugualmente bravi, ma diversi

    I diversi tipi di voci tenorili si possono riassumere in “Tenore di grazia”, con una tessitura o estensione acuta e dotato di agilità, come il “Conte di Almaviva” del Barbiere di Siviglia di G. Rossini. Inciso per la Cetra dal nostro Luigi Infantino nel 1950 con altri interpreti di spessore internazionale.
    Il “Tenore lirico” con una migliore cantabilità dalla zona centrale a quella acuta.
    Il “Tenore lirico o di mezzo carattere” come “Turiddu” della Cavalleria rusticana di Pietro Mascagni, che ha avuto un interprete impareggiabile in Salvatore Puma, e “Cavaradossi” della Tosca di G. Puccini interpretato sia da Puma nel lontano 1956 a Tokyo e nel 1973 al Teatro Massimo di Palermo, sia da Infantino al San Carlo di Napoli nel 1946.
    Il “Tenore lirico vero e proprio” , portato sulle scene dai nostri tenori, come il libertino Duca di Mantova del Rigoletto di G. Verdi, l’innamorato pittore Mario Cavaradossi della Tosca di G. Puccini, e dello stesso compositore l’innamorato di Manon, Des Grieux.
    Il “Tenore lirico spinto” personaggio principale dell’Andrea Chenier, interpretato da Puma al Massimo di Palermo nel 1972, e Don Josè nella Carmen di G. Bizèt, portato felicemente in giro nei teatri di tutto il mondo dai nostri tenori.
    Per finire il “Tenore drammatico” con voce potente e accenti forti, come l’Otello di G. Verdi e il Sansone dell’opera omonima di Saint-Saëns magnificamente interpretati da Salvatore Puma.



    Grandi artisti e apprezzati professionisti

     Tantissimi altri personaggi sono stati valorizzati sulla scena del canto dai nostri tenori. Tutti e due hanno interpretato nei capolavori di G. Verdi, oltre i già citati, il guerriero Radames dell’ Aida, l’innamorato Alfredo della Traviata. Nelle opere di G. Puccini il poeta Rodolfo della Bohème, il principe Calaf della Turandot, il tenente Pinkerton della Madame Butterfly. Il capocomico Canio nell’opera Pagliacci di R. Leoncavallo, Lord Edgardo nella Lucia di Lammermoor di G. Donizetti. Lohengrin nell’opera omonima di R. Wagner, il Conte Loris della Fedora di U. Giordano, il nobile Grimaldo nella Gioconda di Ponchielli, il Faust nella stessa opera di C. Gounod, Vasco de Gama nell’Africana di Meyerbeer. Sedici tra i più grandi capolavori operistici che offrono, anche al tenore di oggi, un panorama così vasto, ampio e articolato di caratteri, sentimenti e personaggi da fare rivivere con il canto e la recitazione. Da incutere timore, rispetto e ammirazione per il piacere estetico.





    Salvatore Puma



    Successo di pubblico e di critica

    Molti altri sono stati i capolavori scelti dall’uno e non interpretati dall’altro e viceversa. Giustamente per seguire la scelta più appropriata al proprio timbro vocale regalato loro dalla natura. Quello di Tenore lirico di grazia per Luigi Infantino e l’altro Tenore lirico spinto e drammatico per Salvatore Puma. Con i quali timbri vocali personali si può dare voce ai personaggi diversi già previsti dai compositori.
    Per Puma nelle opere di Trovatore, Forza del destino, Ballo in maschera , Ernani, Nabucco,  Tabarro,  Iris, Norma, Mefistofele, Guglielmo Tell, e moltissime altre.
    Per Infantino nell’Elisir d’amore, Barbiere di Siviglia, Sonnambula, Cenerentola, Pescatori di perle, Flauto magico, Don Giovanni, Falstaff, Rienzi, e moltissime altre.
    Grandi apprezzamenti e successi popolari per i nostri tenori sia da parte del pubblico di livello internazionale che da parte della critica specializzata. Anche se qualche volta questa critica musicale non ha gradito gli sconfinamenti oltre il proprio registro vocale soprattutto per Infantino, e qualche volta si è mostrata timida nei confronti di Puma.
    Ora, dopo queste brevi note, le nostre voci della lirica meriterebbero approfondimenti adeguati alla loro statura di artisti, studi critici musicali ampi, e pubblicazioni intese a conservare e diffondere quanto con l’arte del canto siano riusciti a realizzare due racalmutesi. Molte notizie si raccolgono su internet digitando nei vari motori di ricerca come Google  i nomi e cognomi di S. Puma e L. Infantino.



    Luigi Infantino


             Carmelo Scimè:  valente tenore,  per diletto

    Quando si parla dei tenori racalmutesi corre l’obbligo ritagliare uno spazio ben definito per un’altra bella voce di Racalmuto, Carmelo Scimè, classe 1924. Pur non avendo scelto, per vari motivi, il canto come professione principale, viveva a Roma infatti dove gestiva una gioielleria, conservò per tutta la vita la passione per la lirica. Curava con meticolosità e raffinatezza l’emissione della sua voce, il suo timbro di Tenore lirico e l’espressività nel canto. L’unica testimonianza della sua voce, che ci rimane al momento, è l’incisione su disco 45 giri per la Melody del famoso Inno racalmutese di carattere sacro “La vinuta di la Madonna di lu Munti”. A quella registrazione nel lontano 1975, partecipò il gruppo corale folkloristico racalmutese “A Virrinedda”. La voce di Scimè in questo disco appare chiara , nitida, espressiva, pronta a mettere in luce ed esprimere i significati più profondi della religiosità contenuta nel testo.
     Per finire, la musica ha sempre dato tanto al paese, sono certo che Racalmuto saprà sempre ricambiare e incoraggiare tutti coloro i quali esprimono con la creatività musicale la propria appartenenza ad una paese di grandi sentimenti e di grandi artisti.

    Racalmuto, 2 luglio 2007                        
                                                                      






    Salvatore Puma

    Luigi Infantino
    http://www.youtube.com/watch?v=aLlu6Oo3MUA














    giovedì 25 ottobre 2012

    UNA STELLA A MONTEDORO






    1


    Quando le sere d'estate non avevamo nulla da fare in paese perché nulla vi s'organizzava a differenza di tanti altri comuni limitrofi, ci si spostava a Montedoro, un piccolo paese dalle comuni radici contadine e minerarie, lindo, all'antica, ma attrezzato modernamente con rara efficienza: dall'anfiteatro alla funzionante biblioteca, dal museo alla pinacoteca, dal centro sociale per i giovani al centro per gli anziani, dall'anfiteatro alle terme, dai campi da tennis e di calcetto alla piscina, e con un cartellone estivo che non lasciava una sola serata i montedoresi ad annoiarsi: una mostra, un concerto, uno spettacolo di varietà, una drammatizzazione, la proiezione di un film, il laboratorio teatrale, un corso musicale, la balera... 

    Che fortunati, i montedoresi! 

    Onore alle amministrazioni che si sono succedute nel tempo.



    2


    Dai miei "Appunti domestici"


    Ieri sera sono stato a Montedoro ad ascoltare il chitarrista Alirio Diaz, venezuelano, discepolo e successore di Segovia,  il  più  grande chitarrista del secolo, come recitava il cartoncino-programma  che serviva opportunamente da ventaglio. Ha eseguito brani rari di Lauro, di compositori napoletani e soprattutto  rifacimenti di musiche etniche guaranì, cioè paraguayane antiche. Sciolto, virtuoso, sinuoso, riusciva a creare tensione emotiva tra il pubblico, insomma una atmosfera che trascendeva il piccolo comune di Montedoro, tanto che veniva da chiedersi con meraviglia come mai quel grande artista sudamericano fosse capitato lì.

    Davanti a me, in linea diagonale, le spalle scoperte, abbronzate, invitanti, di una ragazza: delicatissimi gli omeri, la linea del collo; il ripiego di carne che si formava sotto l’ascella sinistra risultava sensualissimo, appena alzava un poco il braccio per gesticolare si intravvedeva in profondità il bordo del reggiseno bucato che premeva e delimitava una mezza  luna chiara.

    3

    “In questo periodo storico confuso e strano”, diceva tra un
    brano e l’altro Diaz, mentre la gente si sventolava, “rifarsi alla tradizione è importante da un punto di vista musicale, storico, sociale, artistico”. E giù un effluvio incalzante, dondolante, di note: la chitarra diveniva percussione, liuto, arpa.



    4


    Neanche gli alberi, che delimitavano il terrazzo, fiatavano: non si muoveva foglia. Neanche le stelle. La ragazza stava tre file davanti a me, di lato, se qualcuno delle varie sedie mi liberava la visuale, ne vedevo anche i movimenti: muoveva i capelli, una piramide di riccioli,  si girava sul lato destro. Qualcuno della seconda fila protese la testa in avanti e io non vidi più niente, si ricompose e m’accorsi che a fianco della ragazza ci stava seduto uno con la barba e la giacca sportiva, un anello di cattivo gusto al mignolo.
    Scrosciarono gli applausi a rompere la tensione che Alirio, pur anziano, aveva instaurato con la sua energia e leggiadria insieme. Il pubblico era soddisfatto, chi seduto, chi in piedi.



    5

    Calogero, il mio amico, patito di musica, che aveva trovato posto tra le prime file, al termine del concerto, prima che iniziasse il tramestio di sedie, corse verso di me per sollecitarmi a richiedere il preziosissimo autografo.
    Dissi di sì, dissi di no. Lui mi sollecitò di nuovo. Io ero distratto, forse un po’ triste. Alzai lo sguardo. Mi voltai per un attimo. Mi ritrovai in coda per l’autografo quasi spinto dalla gente che premeva da ogni parte. “Dài, dài”, mi diceva Calogero.

    Quando finalmente arrivo vicino al Maestro, scorgo davanti a me due bretelline trasparenti che aderivano per il sudore alla pelle di spalle ben disegnate, finissime. Era lei, la ragazza ammirata durante tutto il concerto, rispuntata d’incanto. Da vicino, i lineamenti erano ancora più belli.
    “Il suo nome?”, chiese il grande Diaz rivolto proprio a me; glielo
    dissi e lui mi disegnò con ampia voluta della mano un gigantesco autografo, personalizzato. Appena sollevò la penna indicando con gli occhi che aveva finito, venni scalzato da cento mani che spingevano e si facevano largo.
    Guadagnai un angolo più sicuro e tranquillo e alzai gli occhi dal cartoncino geroglificato. Calogero era fiero del raro reperto. “Che hai?”, mi chiese, vedendomi di colpo triste.
    “Niente”, risposi, mentre cercavo di scorgere tra la folla quelle bretelle trasparenti sparite nel nulla. “Niente”.
    Il mio amico voleva ad ogni costo sapere...

    Racalmuto (Contrada Serrone), giovedì 26 agosto 1999. Fa
    caldo. Non riesco a prendere sonno. La stanza è infuocata.
    Papà e mamma, sofferenti, dormono al pianterreno. Sono le 4 e
    un quarto di notte e la campagna è ancora buia.

    P.S. Debbo chiedere a Calogero in che data si terrà il prossimo concerto.



    Alirio Diaz - Como Llora una Estrella (Antonio Carrillio)
    Trad.: Come piange una stella
    http://www.youtube.com/watch?v=ZIEiOGI4qI8





    Foto1:  Giuseppe Sardo Viscuglia (Belgio), "Les Tournesols à l'aube"
    Foto2:  Silvestro Sammaritano, Il musico. Particolare     
    Foto3:  Caterina Gulioso, La collana   
    Foto4:  Cielo di Montedoro? 2009                                                                  
    Foto5:  Silvestro Sammaritano, Il musico.



    Alirio Diaz Interpretando Natalia (Vals n.3) de Antonio Lauro
    Xpe1XxxJhY&feature=related


    Rare Guitar Video: El Gavilan

    http://www.youtube.com/watch?v=ee-O0S0DFn4&feature=related

    mercoledì 24 ottobre 2012

    LA VOCE DELL'ENTUSIASMO




    Una volta mi è stato chiesto di commentare un detto racalmutese venuto fuori durante un incontro organizzato sul tema “Solidarietà e saper vivere in comunità”. La richiesta è stata così affettuosamente motivata: “Abbiamo quindi voluto saperne un tantino di più e siamo ricorsi alla lietissima collaborazione dello scrittore racalmutese etc. etc.”.
     Bontà loro!

    A chiedermelo sono stati alcuni ragazzi che avevano dato vita ad un “foglio” locale,  uno di quei giornali a “numero unico” o quasi nato sull’onda dell’entusiasmo giovanile quando nella fisiologica esigenza e voglia di affermarsi si vuol mettere sottosopra il mondo e contestarlo e rivoluzionarlo, per appropriarsene in qualche modo, in fondo. 
    In omaggio a quel garibaldino entusiasmo, ricambio con altrettanta affettuosa stima, fors'anche per ricavarne postume morali. 

    Il combattivo manipolo che ricordo in ordine sparso era costituito  da Salvatore ed Enza Pinò, Salvatore Picone, Florinda Collura, Annarita Formoso, Giovanna Macaluso, Giusi Ruggeri e Luigi Falletti che, prima di sbaraccare, eroicamente ha cercato di arginare la diaspora dei redattori, di alcuni volontaria di altri costretta. Discreto nume tutelare, Sergio Scimè.




    A distanza di sedici anni, l’ormai laureata Florinda Collura fornisce la seguente testimonianza:  “È stata un'esperienza bellissima, anche travolgente, visto che non avevo mai fatto parte di una redazione giornalistica. Mi è servita tanto questa esperienza sia perché si viene a contatto con le persone, si discute, si dibatte... e sia perché secondo il mio parere nella vita è importante esporre le proprie idee, i propri pensieri, ascoltare quelli altrui e sapersi confrontare l'uno con altro...!!”







    Puntuali come
      ogni migrar di rondini, questi giornali o “fogli cittadini” di commento e cultura, compaiono all’affacciarsi di ogni generazione: diventano una bandiera, un partito sui generis, il luogo di ritrovo di un gruppo di amici, la pista di lancio verso le destinazioni più impensate. E ogni volta si assiste al pressoché identico spettacolo di reazioni degli adulti o della "concorrenza": sorpresa, sottovalutazione, sgomento, opposizione sotterranea, guerra dichiarata dietro formule beneaugurali di circostanza fino al tentativo di neutralizzare l’intruso con ammiccanti promesse.





    Mi è accaduto diverse volte di partecipare al battesimo di queste “creature” e ogni volta, convinto della loro validità sociale e formativa, l’ho fatto con piacere, contribuendo con articoli, consigli e qualche volta rivedendo le bozze in tipografia; chi è immune da sviste e refusi? 
    È quasi fisiologico: esaurita la “spinta propulsiva”,  alcuni di questi “abusivi” della professione giornalistica si disperdono lungo le strade della vita lavorativa con percorsi lontani da  quell’esperienza di militanza pubblicistica. 
    Altri, nell’euforia di trasformare in lavoro stabile l’acerba effusione o "eruzione giornalistica", svendono quel sogno di intraprendenza giovanile per inseguire chimere simili più allettanti. 
    In conclusione, si può dire che solitamente questi fogli garibaldini esprimono la voce dei giovani, a cui, malinconicamente segue, quando resistono all’usura del tempo, e persistono, un silenzio da vecchi: un silenzio particolare, costituito stranamente da molte parole afone. 


    Figueres, Teatro-Museo Dalì, 2010

    Né ho mai compreso, o voluto comprendere, la volontà di chi, appena messo piede in una redazione giornalistica vera, ha decretato,  lontano dal paese, accavallando una gamba sull'altra, la morte del giornaletto su cui agli inizi aveva compitato le prime cronache paesane e che gli era servito da trampolino di lancio. 
    A tale distaccato  e opportunistico atteggiamento opposi la ragione che un giornale è sempre positivo che viva, che ci sia, perché, sebbene per approssimazione, rappresenta la coscienza critica di una collettività, di un paese, in quel caso del nostro paese: paese particolare, a dire il vero, non solo per il suo retroterra storico e culturale ma anche perché ai tempi nostri ha dato i natali ad uno scrittore di irradianti echi e di vorticose curiosità giornalistiche. 
    In questo ambiente, per chi ha avuto naturali predisposizioni rabdomantiche, è stato molto agevole captare strategiche conoscenze.
    Se non fosse stato per l'effetto Sciascia, molto probabilmente il giornalismo italiano non avrebbe avuto l'apporto di tanti valenti giornalisti di cui pullulano le nostre amate plaghe, almeno nelle stesse forme e nelle stesse valenze. Chissà! Forse ci sarebbero state più circoscritte esperienze.
    A questo paese pertanto un qualche merito bisognerebbe ascriverlo e con esso sarebbe doveroso sdebitarsi.


    Figueres, Teatro-Museo Dalì, 2010


    Comunque, da tutto si può ricavare una morale: la dimenticanza, a braccetto dell’ingratitudine, può trasformare la voce di un giovane in un silenzio da vecchi, e non un silenzio da misurarsi in decibel o in fogli bianchi ma in strumentali ciarle pseudoadulte.

     C'è pure da dire che, anche a prescindere da mire carrieristiche,  raramente i giornali “giovanili” sfuggono all’inesorabile legge secondo la quale appena diventano giornali di adulti, da adulti, e si stabilizzano, uccidono il sogno giovanile di libertà espressiva perché gli smaliziati redattori non fanno più “opposizione” e incominciano a “calcolare” quello che debbono o non debbono pubblicare indulgendo a reticenze e mistificazioni, trasformando le notizie e gli spazi cartacei e non cartacei in merce di scambio, in regali per gli amici e in pietrate per i nemici: oscillando tra prudentissimi silenzi e calcolati strepiti. Altro che coscienza critica! E' il funerale dell'iniziale entusiasmo.

    Importante, comunque, è non invecchiare  moralmente sotto i colpi e contraccolpi delle vicissitudini della vita reale, non incarognirsi nella dimensione sociale, fino a diventare cinici, come nel modo di dire che quei ragazzi della "Voce dei Giovani" tanti anni fa mi hanno chiesto di commentare sul loro giornale. Il detto era:  La spina n capu di l'antri è moddra comu la sita.


    La Pradera di Gaudì, 2010 






    Per non dimenticare: omaggio alla voce del tenore racalmutese Salvatore Puma (visualizzato ad oggi su you tube 441 volte):
    http://www.youtube.com/watch?v=w9kBrIKDJi0