mercoledì 4 ottobre 2017

DIALOGO NEL BOSCO. Incipit del testo rinnovato per una seconda messa in scena, con Marinetti, Virgilio e Giacomo Giardina







DIALOGO NEL BOSCO

Atto unico



Il poeta pecoraio futurista Giardina entra e si colloca al centro della scena rivolto al pubblico. Si illumina alla sua sinistra (destra per il pubblico) un busto con il volto che indica Virgilio.

Voce fuori campo:
                                  
Mi esalto ricordando la Collina
virgiliana
E il mare…
dalla terra ferma interna al mare d’Aspra
…agitato stasera calmo dorato
come immenso feudo di grano senza vento!
Spreparato affondo da selvaggio pecoraio
in questo oceano che liricamente corre e sconfina
la fantasia.
Qui altro colore altra aria altro stile di vita”.
“A spettacoli di sogno, a miracolose realtà,
assisterò in alto sulle cime”.

                                 
      
Si spegne la luce alla sua sinistra  e si illumina alla sua destra  (sinistra per il pubblico) un busto con il volto che indica Marinetti.

Voce fuori campo:


“Mare mare mare inquinato salato deserto ubriaco”.
                                            “Non praterie con pecore e tori montuosi
non zappa né aratri per grezze terre
arate a lumache  tra spine e fioracci
selvaggi ma allucinanti esplosioni
di lampade che si rincorrono
geometricamente  
a gallerie ed archi 
a fiori giorno-notte
abbagliano travolgono…”


  Poeta Giardina:
(Rivolto alla statua di Virgilio):
L’uno m’incanta,
(rivolto alla statua di Marinetti, accendendosi la luce)
                                   l’altro m’appassiona.
                                         (rivolto verso il pubblico):
                                   E io?

Inizio del Preludio musicale mentre il poeta futurista-pecoraio esce lentamente di scena.

Alla fine del Preludio entra il Coro.

Coro:           
Facciata di metallo congegnato
circuito smarrito
ormai è la vita
in Occidente.

Mentre il Coro canta, entra con fruscio di vesti Virgilio e va a collocarsi sopra un altare rialzato nel lato sinistro (guardando il pubblico) del palcoscenico. A seguire entra, impettito, Marinetti e va a collocarsi, sul lato opposto,  in cima ad una scalinata che assomiglia al crestato dorso di un’iguana preistorica. Al termine del Coro:

Virgilio:           
       Se ti chiedo – cos’è un fiore? –
       mi rispondi, nel Duemila:
                          - E’ un fungo alto nel cielo che
                          ricopre la terra di morte -.
                          Se ti chiedo – cos’è
                           un bosco un’ara un fonte? –
                            mi rispondi:
                           - E’ una fabbrica d’acciaio! -.
                            Se ti chiedo – cos’è un mito
                            il mistero il vento il mare? –
                            mi rispondi: - Non lo so.

                    
Marinetti:               
E’ un altro tempo, ormai,
          che noi viviamo,
          un’altra era.
          Del presente gioiamo
          senza rammarichi,
          l’orgoglio nostro.
          Respiriamo benzene,
          non lamenti.
                                               Cantiamo il tempo nostro
          senza rimpianti d’Arcadie.

                                        
Virgilio:          
Anch’io vorrei. Ma
                    posso cantare se
                    paura ho nel cuore?

                    Sotto cieli neri di morte

                    all’ombra delle querce,
                    viburni siamo.                                         
Marinetti:             
Viva la scienza!
Ché ci dà la luce.
Beati i frutti
strappati all’ignoranza.
Viva il sapere.
Ché ci dà potenza.

Virgilio:           
Nell’immensità non vi era
terra, non vi era cielo,
non vi era mare. L’uomo,
chi l’ha inventato?

Coro:            
Ti dissero primitivo,
o uomo rintanato nei covili,
quadrupede all’impiedi,
lanciavi la fionda,
spartivi l’eredità col cielo;
ma senza congegni di morte
tu eri incivile.   

Virgilio:          
Sicilia dei canilupi
 alla distesa
abbaiano nelle notti illuni
le volpi
ci guastano le vigne.
Il mio poeta,
il poeta pecoraio lo sa.

Marinetti:
Dire della Sicilia sempre bene
O sempre male
 È un cattivo servizio
Anche in poesia.
Lo sa il poeta
incoronato di alluminio
che è il mio poeta.
Ai polsi gli scalpitano cavalli.
Virgilio:
In certe notti
di scirocco
 in Sicilia
 si sente
 il grido dei morti.

Marinetti:
Ma non è vero.

Virgilio:
Latomie violentate,
cremose colate di cemento.
E sì ch’è vero.

Marinetti:
Latomie e autostrade,
non c’è nesso.

Virgilio:
Sono un superstite del tempo
Sicaniche memorie
Ibridescenze
Giare per culle-morti.
Bracieri accesi
Nelle sere d’inverno.
Ignoro per un attimo la storia
Per cantare le pustole
Di sicula terra.

Coro:
Comiso
Scansata al pericolo
Trafitta dai missili nel cuore.
Vivamente si spera

Non sia subito sera...



Nota
Il virgolettato  in questo Post è di Giacomo Giardina

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